lunedì 15 agosto 2011
Fantozzi.
martedì 25 gennaio 2011
EE
L'Evento degli Eventi (da qui in poi EE per comodità), si è rivelato sempre più esclusivo e vagamente minaccioso grazie a una serie di mail annuncianti che nuove comunicazioni sarebbero seguite, stay tuned, e di cartoncini spessi come tavolette di legno che invitavano via via all'esclusivo cocktail, all'ancora più esclusiva sfilata, alla ristrettissima cena placée, al concerto dell'iconica band Pet Shop Boys e all'esclusivissimissimo party con coppia di djs glamourelli imbarcati direttamente da Londra (mi figuro che a questo punto la faccenda a forza di escludere plebei probabilmente comprenderà solo me, miuccia e i due Dan, in una specie di serenata-techno a quattro). Una volta collezionati tutti e cinque i mattoncini-invito sono diventata la donna più invidiata di Pechino, nonché la più in crisi per non sapere che cosa mettere in un'occasione di tale portata cosmica.
Bree van de Kamp, la mia metà casalinga psicotica con cui convivo conflittualmente da quando sono qua, suggeriva una puntata al più vicino negozio prada per rifornirsi degnamente, ma la mia metà pastore puritano protestante ha rifiutato sdegnosa, non è elegante vestirsi come una testimonial pagata dalla maison, più il costo allucinante dei capetti stessi, già tale quando la vostra casalinga disponeva di inadeguato stipendio, figurarsi ammo'.
No, opto per un meraviglioso abito vintage di merletto nero fine anni '50, sarà un' elegante allusione alla celebre collezione merlettosa di madame e buona lì. Sono fiera di me per questa scelta sobria e signorile che tutti i troubles si porta via.
Un cavolo.
Giunta al grande giorno scopro con orrore che il punto vita fine anni '50 implica un sottoabito con stecche di balena e una circonferenza di circa 20cm. raggiunta con una penosa scena fra me e la mia ayi stile Rossella O'Hara e mamie in cui io sono mamie. Non so come, ma ce la faccio a entrare nel vestito. Va tutto bene. Sono bellissima. Devo solo smetter d rsprire pr le prssim stte or.
Le tavole della legge ovviamente non entrano in nessuna pochette da sera di cui disponga.
Le stivo in qualche modo rinunciando alla macchinetta fotografica, che poi fa parvenu, meglio no.
La sede dell'EE è al CAFA, il più bel museo di arte contemporanea di Pechino, progettato da Isozaki. La scenografia è di Rem Koolhaas, l'archistar della torre escheriana per la CCTV. Lo chef della cena è il tre stelle michelin Cracco. Una parte di me comincia a chiedersi se tutta la faccenda non sia un filino surdimensionata, ma son pensieri da joesixpack di provincia, perdonatemi.
C'è una certa folla, benché sicuramente esclusiva. Free-flow di champagne. Le vestali dello staff sono tutte uguali ed esclusive anch'esse nel senso che proprio escludono ogni forma di sia pur velata seduzione, in nero penitenziale, capelli lisci con cerchietto, scarpe basse, neanche un filo di trucco. In realtà siamo tutti in nero, ovvio, riuniti nel sacro culto di Nostra Signora del Minimal, tranne le giornaliste di moda che per distinguersi osano sobrie mises tipo maglia marinaretta su pantapigiama di paillettes oro. La sfilata è ovviamente in ritardo per via delle celebrities che fanno a gara a chi arriva per ultima. Siedo, grazie al cielo, ad almeno cinque sedie di distanza dai posti vuoti.
Non è sia un granché nel memorizzare le cinesi, ma riconosco almeno Maggie Cheung, Cecilia Chang e, per ultima, Gong Li. Dio mio, ma quanto sono belle?
La sfilata è notevole, abiti fra il charleston e gli anni '40, stile Josephine Baker meets Carmen Miranda. La cartella stampa si lancia in definizioni tipo minimal-baroque, qualunque cosa voglia dire. Colori insolitamente forti e brillanti, scarpe deliziose (sospiro di desiderio frustrato, piccolo che se no saltano le cuciture).
Durante l'EE vengo squadrata in modo sempre più inquisitivo dalle vestali: quel mio vestito merlettoso si vede che è bello ma non è Suo, sarà mica un'imitazione? Incomincio a sentirmi a disagio perché ho il rossetto, la collana e i tacchi e continuo, orrore, a sembrare una donna e non una religiosa in clausura. Maledette minimaliste milanesi!
Per fortuna cominciano i Pet Shop Boys. Guardo il concerto da una postazione sopraelevata. Appoggiata alla balaustra, rifletto ad alta voce che mi sento alquanto vecchia: ricordo quando c'erano le luci degli accendini, oggi sono solo quelle degli i-phones. "Figurati io", una voce improvvisamente al mio fianco. E' proprio Lei-in-persona, sorride. Probabilmente è questo il vero EE.
Bree van de Kamp, la mia metà casalinga psicotica con cui convivo conflittualmente da quando sono qua, suggeriva una puntata al più vicino negozio prada per rifornirsi degnamente, ma la mia metà pastore puritano protestante ha rifiutato sdegnosa, non è elegante vestirsi come una testimonial pagata dalla maison, più il costo allucinante dei capetti stessi, già tale quando la vostra casalinga disponeva di inadeguato stipendio, figurarsi ammo'.
No, opto per un meraviglioso abito vintage di merletto nero fine anni '50, sarà un' elegante allusione alla celebre collezione merlettosa di madame e buona lì. Sono fiera di me per questa scelta sobria e signorile che tutti i troubles si porta via.
Un cavolo.
Giunta al grande giorno scopro con orrore che il punto vita fine anni '50 implica un sottoabito con stecche di balena e una circonferenza di circa 20cm. raggiunta con una penosa scena fra me e la mia ayi stile Rossella O'Hara e mamie in cui io sono mamie. Non so come, ma ce la faccio a entrare nel vestito. Va tutto bene. Sono bellissima. Devo solo smetter d rsprire pr le prssim stte or.
Le tavole della legge ovviamente non entrano in nessuna pochette da sera di cui disponga.
Le stivo in qualche modo rinunciando alla macchinetta fotografica, che poi fa parvenu, meglio no.
La sede dell'EE è al CAFA, il più bel museo di arte contemporanea di Pechino, progettato da Isozaki. La scenografia è di Rem Koolhaas, l'archistar della torre escheriana per la CCTV. Lo chef della cena è il tre stelle michelin Cracco. Una parte di me comincia a chiedersi se tutta la faccenda non sia un filino surdimensionata, ma son pensieri da joesixpack di provincia, perdonatemi.
C'è una certa folla, benché sicuramente esclusiva. Free-flow di champagne. Le vestali dello staff sono tutte uguali ed esclusive anch'esse nel senso che proprio escludono ogni forma di sia pur velata seduzione, in nero penitenziale, capelli lisci con cerchietto, scarpe basse, neanche un filo di trucco. In realtà siamo tutti in nero, ovvio, riuniti nel sacro culto di Nostra Signora del Minimal, tranne le giornaliste di moda che per distinguersi osano sobrie mises tipo maglia marinaretta su pantapigiama di paillettes oro. La sfilata è ovviamente in ritardo per via delle celebrities che fanno a gara a chi arriva per ultima. Siedo, grazie al cielo, ad almeno cinque sedie di distanza dai posti vuoti.
Non è sia un granché nel memorizzare le cinesi, ma riconosco almeno Maggie Cheung, Cecilia Chang e, per ultima, Gong Li. Dio mio, ma quanto sono belle?
La sfilata è notevole, abiti fra il charleston e gli anni '40, stile Josephine Baker meets Carmen Miranda. La cartella stampa si lancia in definizioni tipo minimal-baroque, qualunque cosa voglia dire. Colori insolitamente forti e brillanti, scarpe deliziose (sospiro di desiderio frustrato, piccolo che se no saltano le cuciture).
Durante l'EE vengo squadrata in modo sempre più inquisitivo dalle vestali: quel mio vestito merlettoso si vede che è bello ma non è Suo, sarà mica un'imitazione? Incomincio a sentirmi a disagio perché ho il rossetto, la collana e i tacchi e continuo, orrore, a sembrare una donna e non una religiosa in clausura. Maledette minimaliste milanesi!
Per fortuna cominciano i Pet Shop Boys. Guardo il concerto da una postazione sopraelevata. Appoggiata alla balaustra, rifletto ad alta voce che mi sento alquanto vecchia: ricordo quando c'erano le luci degli accendini, oggi sono solo quelle degli i-phones. "Figurati io", una voce improvvisamente al mio fianco. E' proprio Lei-in-persona, sorride. Probabilmente è questo il vero EE.
giovedì 13 gennaio 2011
Scrabble.
Già non è che rispondere in ritardo clamoroso ai biglietti di auguri sia in cima alla lista delle cose che adoro.
Se poi i mittenti si chiamano Aaradhya, Shriman, Hiwashimiro, Diipty, Tayfun e Raghavendra la faccenda diventa decisamente embêtant. Ma non posso avere una vocale? Qualcosa con un po' meno acca e ipsilon messe a cavolo tipo, chessò, "Andrea"? E delle mail di auguri da semplice 'reply' non fanno fino, no, deforestiamo?
Ma porc@Ð✭§‱! D'ora in poi frequenterò solo bergamaschi di nome Mario. Lo giuro.
Se poi i mittenti si chiamano Aaradhya, Shriman, Hiwashimiro, Diipty, Tayfun e Raghavendra la faccenda diventa decisamente embêtant. Ma non posso avere una vocale? Qualcosa con un po' meno acca e ipsilon messe a cavolo tipo, chessò, "Andrea"? E delle mail di auguri da semplice 'reply' non fanno fino, no, deforestiamo?
Ma porc@Ð✭§‱! D'ora in poi frequenterò solo bergamaschi di nome Mario. Lo giuro.
martedì 11 gennaio 2011
La vendetta di Bree.
Rientro senza aver chiuso occhio in aereo per colpa di Keith Richards (non pensate male, purtroppo stavo solo leggendo la sua biografia). Ora, qual è la prima cosa che un essere umano farebbe arrivando a casa dopo tredici ore e passa di viaggio, +7h di fuso orario e un jet lag devastante?
- Doccia e caffè (87%)
- Dormire (10%)
- Disfare valigie (2%. 97% se siete della vergine)
- Settare la connessione wi-fi (1%. E solo se siete mentalmente disturbati)
Beh, io ho una lezione. Di quattro ore. Al laboratorio di pasticceria "The fig tree", tema: "The perfect macaroon". Ricorderete che da mesi quei dolcetti stronzetti si rifiutano di venir bene sotto le mie amorevoli cure. Ho provato di tutto, niente da fare. E poi Bree ha visto questa lezione programmata per il giorno del rientro, poteva mai farsela sfuggire? Sospetto che sia una vendetta non tanto contro la meringhetta bastarda, ma contro la sottoscritta che ultimamente, fra Tibet e tutto, stava un po' trascurando i suoi doveri da casalinga psicopatica. E dunque mi tocca maledicendo me stessa con gli occhi che mi si chiudono, yawn.
Keith, Keith, non ti avanzerebbe un po' di coca? Poi ti do' un po' di macaroons se vengono bene. Considerato quanto li fa pagare Ladurée ci guadagni tu, sicuro.
- Doccia e caffè (87%)
- Dormire (10%)
- Disfare valigie (2%. 97% se siete della vergine)
- Settare la connessione wi-fi (1%. E solo se siete mentalmente disturbati)
Beh, io ho una lezione. Di quattro ore. Al laboratorio di pasticceria "The fig tree", tema: "The perfect macaroon". Ricorderete che da mesi quei dolcetti stronzetti si rifiutano di venir bene sotto le mie amorevoli cure. Ho provato di tutto, niente da fare. E poi Bree ha visto questa lezione programmata per il giorno del rientro, poteva mai farsela sfuggire? Sospetto che sia una vendetta non tanto contro la meringhetta bastarda, ma contro la sottoscritta che ultimamente, fra Tibet e tutto, stava un po' trascurando i suoi doveri da casalinga psicopatica. E dunque mi tocca maledicendo me stessa con gli occhi che mi si chiudono, yawn.
Keith, Keith, non ti avanzerebbe un po' di coca? Poi ti do' un po' di macaroons se vengono bene. Considerato quanto li fa pagare Ladurée ci guadagni tu, sicuro.
venerdì 24 dicembre 2010
Alka -seltzer.
giovedì 9 dicembre 2010
Ai piedi del tetto del mondo.
Dopo aver cenato con una scatoletta di tonno mi sdraio con piumino, cappello e guanti sul giaciglio. La proprietaria mi seppellisce sotto sei coperte e questo e quanto, bonne nuit.
Che si rivela invece un inferno, in parte per il freddo e l'altitudine, siamo a 5150 mt, in parte perché improvvisamente ho dei flash agli occhi. Panico: ricordo distintamente l'oculista avvisarmi di chiamarlo in qualunque momento in caso di lampeggiamenti, è una cosa grave. Non riesco più ad addormentarmi, ovvio, il resto della notte passa in dialoghi immaginari con Hillary e Tomas Olsson, o con altrettanto immaginari nipotini che chiedono alla vecchia nonna cieca di raccontargli ancora una volta come ha perso gli occhi sull'Everest. Un incubo, insomma.
La mattina dopo sono completamente devastata, per fortuna ho un medicinale che si usa appunto per abbassare la pressione oculare. Il solo fatto di trangugiare due pillole mi fa sentire un po' meglio. Grazie al cielo la tenda è sprovvista di specchi, devo essere al mio minimo storico. Peccato perché una volta uscita a fare un giretto esplorativo mi rendo conto che la ratio donne-uomini è almeno 1:40, roba che nemmeno l'elefantentreffen. Ora, non è che consigli alle single di catafottersi fin qui per circondarsi di presenza maschile, ma è pur vero che ritrovarsi per una volta senza vamp cinesi fra i piedi in mezzo a baldi alpinisti wannabe in condizioni a dir poco disgustose è veramente deprimente.
Ma bando alle frivolezze, la navetta per il campo base sta per partire. Un quarto d'ora di curve e finalmente siamo arrivati:
Appunto per il ministero del turismo: io capisco il rispetto delle tradizioni locali, la salvaguardia linguistica delle minoranze ecc. ecc. Ma che vi costava aggiungere la parola "Everest" al cippo stradale? Uno arriva fin qui e non ha nemmeno la soddisfazione di farsi una fotina commemorativa. Mah...
- ... -
Penso che non arriverò mai più, e in un certo senso ha smesso di importarmi. Il paesaggio si è progressivamente rarefatto, poi scarnificato, infine semplicemente esaurito, come un bambino che si è stufato di disegnare.
Una pietraia senza fine, la macchina ogni tanto aggira buche troppo fonde, persino l'autoradio ha smesso di lamentarsi. Ogni tanto il nulla è interrotto da un posto di blocco: i pass delle guide e il mio passaporto ribaltati come se nascondessero un ribelle piegato a origami che non vede l'ora di scappare in Nepal. Ore fa fuori dal finestrino c'erano degli yak e rarissimi villaggi, ma è stato molto, molto prima. Sta calando la luce, fa sempre più freddo. Che ci faccio qui, si chiederebbe il buon Chatwin.
"Ciò che dà valore al viaggio è la paura. È il fatto che, in un certo momento siamo tanto lontani dal nostro paese... siamo colti da una paura vaga, e dal desiderio istintivo di tornare indietro, sotto la protezione delle vecchie abitudini. Questo è il più ovvio beneficio del viaggio. In quel momento siamo ansiosi, ma anche porosi, e anche un tocco lievissimo ci fa fremere fin nelle profondità dell’essere... Ecco perché non dovremmo dire che viaggiamo per piacere. Non c’è piacere nel viaggiare e io lo vedo come un’occasione per affrontare una prova spirituale... Il piacere ci allontana da noi stessi, come la distrazione nel senso pascaliano ci allontana da Dio. Il viaggio che è come una scienza più grande e grave, ci riporta a noi stessi."
Le parole di Camus sono la cosa più vicina a una risposta che riesco a trovare.
E un secondo dopo l'auto si ferma davanti a un filo di ferro teso a chiudere la strada. Una tenda da campeggio rossa sul fianco della montagna "Nobile e gli eroi della!" penso automaticamente, grata di avere allucinazioni familiari, ma è solo l'ultimo controllo passaporti. Non è nemmeno un soldato cinese, stavolta, è tibetano: nessun altro essere umano potrebbe resistere qui. Tira via il filo e mi fa cenno di scendere, scendo.
Mi indica qualcosa. Eccolo.
Una pietraia senza fine, la macchina ogni tanto aggira buche troppo fonde, persino l'autoradio ha smesso di lamentarsi. Ogni tanto il nulla è interrotto da un posto di blocco: i pass delle guide e il mio passaporto ribaltati come se nascondessero un ribelle piegato a origami che non vede l'ora di scappare in Nepal. Ore fa fuori dal finestrino c'erano degli yak e rarissimi villaggi, ma è stato molto, molto prima. Sta calando la luce, fa sempre più freddo. Che ci faccio qui, si chiederebbe il buon Chatwin.
"Ciò che dà valore al viaggio è la paura. È il fatto che, in un certo momento siamo tanto lontani dal nostro paese... siamo colti da una paura vaga, e dal desiderio istintivo di tornare indietro, sotto la protezione delle vecchie abitudini. Questo è il più ovvio beneficio del viaggio. In quel momento siamo ansiosi, ma anche porosi, e anche un tocco lievissimo ci fa fremere fin nelle profondità dell’essere... Ecco perché non dovremmo dire che viaggiamo per piacere. Non c’è piacere nel viaggiare e io lo vedo come un’occasione per affrontare una prova spirituale... Il piacere ci allontana da noi stessi, come la distrazione nel senso pascaliano ci allontana da Dio. Il viaggio che è come una scienza più grande e grave, ci riporta a noi stessi."
Le parole di Camus sono la cosa più vicina a una risposta che riesco a trovare.
E un secondo dopo l'auto si ferma davanti a un filo di ferro teso a chiudere la strada. Una tenda da campeggio rossa sul fianco della montagna "Nobile e gli eroi della!" penso automaticamente, grata di avere allucinazioni familiari, ma è solo l'ultimo controllo passaporti. Non è nemmeno un soldato cinese, stavolta, è tibetano: nessun altro essere umano potrebbe resistere qui. Tira via il filo e mi fa cenno di scendere, scendo.
Mi indica qualcosa. Eccolo.
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