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lunedì 5 settembre 2011

Cortocircuito n°1240.

Se avete letto il post precedente capirete come mai la Cina sia il mercato dove cresce più velocemente la domanda di beni di lusso.
Ovviamente le griffes rispondono, con una guerra senza esclusione di colpi per aggiudicarsi la fetta di mercato più grossa. Si fa a gara per la boutique più prestigiosa, l'evento più esclusivo, l'allestimento più impressive, la location più centrale. E cosa c'è di più centrale dell'appena rinnovato e dopo tre anni finalmente riaperto Museo Nazionale, che domina il lato est di piazza Tian'an men con la sua mole da Stazione Termini? Ecco dunque la vostra casalinga issarsi sull'ennesimo tacco, infilare il capetto d'ordinanza, sfoggiare il rictus socialis di rigore in questi casi e assistere a ben due super mostre nello stesso museo a otto giorni di distanza.

Vuitton e Bulgari, la prima con una mostra sul viaggio che scomoda l'artista Zhang Wang per creare un'installazione, la seconda con un impressionante percorso storico attraverso i gioielli più sfolgoranti della maison.
La prima, in particolare, ha causato un sacco di polemiche: vabbé tutto, ma riaprire al pubblico il museo che si propone di educare le masse all'arte e alla storia patria con una mostra su borse e valigie per miliardari è sembrato un po' troppo persino ai cinesi, notoriamente pragmatici quando si tratta di business.
In effetti entrare sotto una gigantesca stella & bandiera rossa, superare le sale del piano terra zeppe di enormi tele con Mao che guida il popolo, Mao che accoglie le minoranze etniche, Mao che falcia il grano e altre edificanti scenette per accedere poi alla scintillante mostra vuittonica, crea una sensazione di totale straniamento, as usual.

Meravigliosi bagagli d'epoca dal 1880 al 1930, bauli giganteschi con stampelle e tavolini e seggiolini pieghevoli all'interno; lettini da campo per esploratori in sahariana à la TinTin; la scicchissima cassettina degli attrezzi per far cambiare una gomma all'autista senza involgarirlo; set di valigie fitzgeraldiani, coperti di etichette di mitologici Grand Hotel dell'epoca e sagomati per entrare al meglio nelle Bugatti e nelle Isotta Fraschini dei proprietari; copriruota di scorta che possono essere usati anche come pratiche cappelliere... praticamente è come dare uno sguardo nei guardaroba e nei garage del Titanic. E poi les commandes spéciales: la scrivania pieghevole di Stokowsky, il porta bambole in raso rosa delle reali principesse Elisabeth e Margaret, il nécessaire da toilette del maharaja di Jaipur con i flaconcini e le spazzole firmati Tiffany, il porta ipod di Karl Lagerfeld, la 24ore di Greta Garbo, tutta una serie di accessori che raccontano un mondo che sembra impossibile eppure è esistito e che per pochissimi continua ad essere, ancora oggi, reale.

E fa un po' effetto vedere questo pubblico che a casa non ha il bagno, che si ammazza di fatica per un salario minimo, che fino a quindici anni fa ha vissuto in condizioni per noi inimmaginabili, guardare attonito resti di un passato che già a noi, figli delle cucine economiche e delle 126 fiat, sembra pura fantascienza.
Si potrebbero qui fare dei moralismi assortiti sul passare da una dittatura a un'altra, dai tazebao al monogramma LV, dal plagio ideologico a quello della griffe, dalla rivoluzione all'ossessione del fintolusso di massa, e sospirare o tempora o mores. Ma la Cina ha la capacità di non farsi imbrigliare nelle previsioni, e dunque c'è speranza, attenti a voi, product manager!

sabato 12 dicembre 2009

I comunisti mangiano gli arancini?

In occasione della settimana del cinema italiano a Venezia, la vostra casalinga si ritrova ancora una volta catapultata in mezzo a uno sceltissimo milieu culturale: serata con Marco Müller, Giuseppe Tornatore e gli attori protagonisti del suo ultimo film, Baarìa. La proiezione ha visto un pubblico numeroso ed entusiasta che mi chiedo cosa abbia colto del film. Ovvero, come possono i communisti cinesi aver capito qualcosa di quelli siciliani e delle lotte contro i latifondisti e la mafia? Boh. Comunque il regista è simpatico e molto alla mano, gli interpreti deliziosi, sebbene la fanciulla faccia venire più di un complesso d'inferiorità, e l'unica vera delusione è proprio MM, piuttosto scostante e interessato solo ed esclusivamente ai numerosi registi cinesi presenti a cena. Evabbé, vorrà dire che il mio prossimo capolavoro sulle etnie mong dello Yunnan lo presenterò al Festival di Cannes, tiè.

martedì 3 marzo 2009

In un gelido mattino d'inverno.




A gennaio qui fa un freddo che non vi dico, tipo -10°. Quest'uomo era di fianco all'ingresso di un tempio e, con un rudimentale pennello spugnoso imbevuto d'acqua, tracciava lentamente caratteri sul selciato formando una perfetta spirale. Man mano gli ideogrammi asciugavano, sbiadivano e poi sparivano, vanificando il suo lavoro. Ma l'uomo continuava imperterrito, come se fosse primavera e il tutto rimanesse scolpito nel marmo. Mi è sembrato un momento molto bello e poetico, nonché metafora di un sacco di cose che non saprei spiegare bene, tipo la soddisfazione di un lavoro ben fatto in sé, a prescindere dal risultato, dal riconoscimento altrui, dal ritorno economico o sociale. Di questi tempi a parte l'automotivazione non resta molto su cui contare, in effetti.

giovedì 27 novembre 2008

798



Quando non ne posso più, cioè spesso, scappo e vado al Greenwich Village. Ovvero al Dashanzi Art District, o più comunemente 798. E' un'enorme area industriale, un' ex-fabbrica dismessa riconvertita in spazio per artisti. A dire il vero gli artisti c'erano un otto-dieci anni fa, prima che il boom dell'arte cinese esplodesse. Ora sono soprattutto gallerie che espongono il meglio della produzione nazionale e internazionale. Video, installazioni, statue, quadri, piccoli caffè, librerie d'arte: passeggio fra gli edifici in mattoni rossi ed è come aver schiacciato il tasto "pause": improvvisamente la bruttezza, il caos e il materialismo selvaggio di questa città sembrano molto lontani. 

giovedì 23 ottobre 2008

Grazie Andy?

Recensendo un'interessante mostra a New York "Arte e Cina rivoluzionaria", Richard Bernstein sul NY Times si interroga sulla oddity di un paese visceralmente anticomunista che ora sborsa bei dollaroni per accaparrarsi bellissimi poster di propaganda maoista. Chiedendosi come mai nessuno si faccia il minimo problema, cosa che succederebbe probabilmente collezionando immagini della meglio gioventù ariana o ritratti di baffone Stalin, Bernstein conclude che l'immagine visiva di Mao, a partire dalla celebre serie di Andy Warhol del '72, si è ormai trasformata in un'icona, completamente scollata dal ruolo politico e storico del personaggio. La definisce panda-izzazione della Cina, cioè la traduzione visiva di una dittatura per tanti versi brutale e terribile in immagine colorata e pop, proprio come il panda, che in realtà è  piuttosto feroce e non proprio quel peluche con gli occhioni neri che sembra. Collezionate ma non dimenticate, ammonisce.
Questo comunque dimostra che quando ci si mette, l'arte può cambiare il mondo. Oh, yea.