lunedì 1 novembre 2010

Sette giorni in Tibet 3



Immortalare Lhasa risulta piuttosto complesso in quanto è vietatissimo fotografare i militari ma appena punti la macchina da qualche parte ti ritrovi almeno un paio di AK47 nell'inquadratura, con uno strano effetto comma 22.

Come se non bastasse la città è attraversata da un flusso costante di pellegrini che compiono la Kora, il pellegrinaggio intorno ai luoghi sacri da svolgersi in senso orario. Il problema è che le folle sono tipo Lourdes, dunque fermarsi a un angolo di strada per scattare un'immagine è operazione del tutto vana (lo dico solo perché così quando posterò un paio di fotine non starete tutti lì a dirmi che fanno schifo). Lo shock principale, a parte i kalashnikov, è però di tipo olfattivo: nel suo splendido "Segreto Tibet", il buon Fosco Maraini aveva messo in guardia dal foetor tibeticus, ma devo dire che la realtà supera ogni immaginazione.


Il fatto è che l'intera vita tibetana sembra reggersi sullo yak e soprattutto sul burro dello stesso, rigorosamente rancido: per strada ne offrono enormi tocchi da dieci chili; i templi ne vendono centinaia di sacchetti perché le lampade votive vanno a burro; gli stessi ex-voto sono fatti di burro, modellato tipo das e colorato poi con polverine sgargianti; le donne se lo spalmano in faccia per proteggersi dai rigori del clima, e lo pettinano fra i lunghissimi capelli per nutrirli e tenerli a posto. Insomma, non si resiste.

Peccato poi, perché le ragazze secondo me sono bellissime... trecce lunghe e nere, bei colli slanciati, visi con zigomi duri e sorrisi dolci, un'aria fiera e un incedere molto lontano dallo sgraziatissimo tacchettìo delle cinesi. Quasi tutte vestono con l'abito tipico tibetano, e i capelli sono variamente acconciati a seconda delle zone di provenienza.

Tutti, donne e uomini, indossano gioielli di corallo, turchese e ambra, a volte intessuti nei capelli. Devo dire che l'effetto è splendido, mi ricordano un po' colori e tratti andini, molto più belli a vedersi, però. Cena con una persona di una ong che mi racconta un po' di come sia dura vivere lì durante l'inverno, quando ti svegli con -10° nella stanza (non c'è il riscaldamento), tutti i ristoranti e bar a parte quello in cui siamo chiudono e in generale la città va in letargo. Non esistono supermarket che vendano cibo straniero, a parte che per l'altitudine la pasta ci mette ore per cuocere. Non sarebbe il peggio, però, se non fosse che il corpo a quelle altezze impazzisce: io pensavo bastassero due-tre giorni per acclimatarsi, invece dopo qualche mese ti ritrovi con iperproduzione di globuli rossi, insonnia cronica, tachicardia, pressione a mille e in generale stai a pezzi. E io che mi sentivo eroica a vivere così per una settimana!

3 commenti:

Zion ha detto...

affascinante e...pericoloso per la salute???!!! accidenti.

sergio ha detto...

è delle cose piacevoli della vita, o fanno male o fanno ingrassare.

Carla ha detto...

Magari eroica no, ma coraggiosissima la sei stata, secondo me! :)